Cristo Re

25 novembre 2012 Nessun Commento     

Ogni volta che ci salutiamo, prima di celebrare l’Eucaristia, lo facciamo in nome di Cristo signore.

La signoria, la regalità di Cristo è ciò che celebriamo in quest’ultima domenica prima dell’avvento!

Celebrare Cristo Re in una comunità cristiana non è certamente un gesto trionfalistico, non è un tentativo di imporre la supremazia della chiesa e dei cristiani sul mondo, è riconoscere la signoria di Cristo che in nome di Dio e in nome dell’uomo, contesta ogni potere che asservisce, che strumentalizza, che opprime.

Anche il gesto che stiamo per compiere può farci cominciare a capire di che specie, di che tipo sia la signoria di Cristo che ha dato ai suoi il “potere” di perdonare, di rimettere i peccati.

Questo potere è la capacità, la forza di amare, la forza di perdonare!

A TUTTI NOI è STATO DATO QUESTO “POTERE”.

Riceviamolo ed esercitiamolo ora e nella nostra vita in nome Dio.

 

LETTURE

 

Cristo è re, dice la festa di oggi.

Cosa vuol dire? A lui piacerebbe se lo chiamassimo con questo titolo?

Sia il profeta Daniele che l’Apocalisse di Giovanni parlano della regalità di Cristo, della sua gloria, del suo potere.

Ma è il brano del Vangelo, su cui ci fermeremo che deve essere letto bene, e allora, riuscirà, spero, a farci cogliere il nucleo del messaggio che oggi viene proposto alla nostra vita…

Ascoltiamo e cerchiamo di capire.

 

 

OMELIA

 

La festa di oggi: Cristo Re, la celebriamo, una volta l’anno, nell’ultima domenica prima dell’avvento, quando si chiude quella metafora della storia, del tempo che è l’anno liturgico, la cui fine, come dicevamo domenica scorsa, segna l’inaugurazione del regno di Dio e quindi la signoria di Cristo, la sua regalità.

Ma è un festa da celebrare bene, senza equivoci, da capire bene, senza fraintendimenti, se vogliamo che essa, come ogni verità cristiana, venga a fare parte della nostra vita.

Lo spunto fondamentale, anticipiamolo subito è la signoria di Cristo.

Se Cristo è l’unico Signore, tutte le donne e gli uomini siamo uguali.

E uguali, stiamo attenti, non vuol dire tutti schiacciati sotto il tallone del padrone di turno, tutti livellati verso il basso, ma tutti innalzarti alla dignità di figli di Dio, tutti creati a sua immagine.

Le nostre distinzioni, le nostre gerarchie profane e sacre, il potere dell’uomo sull’uomo, le umiliazioni che ci infliggiamo gli uni sugli altri non hanno senso, non hanno cittadinanza nel regno di Dio.

Non posso, a questo proposito non ricordare oggi la giornata che sottolinea la violenza degli uomini sulle donne, vorrei dire di una parte degli uomini sulle donne.

Non parlo della violenza nei rapporti umani, nel modo di trattarsi reciprocamente; parlo proprio della violenza fisica che giunge fino al punto di togliere la vita.

Centoquindici vittime in Italia solo quest’anno 2012 che ancora non è finito. Una ogni due giorni.

Spesso la violenza avviene nell’ambito dei rapporti familiari, dei rapporti affettivi, sentimentali: leggevo ieri un dato impressionante: la violenza domestica, in Italia è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni.

Ma il problema della violenza di genere trascende i confini nazionali, perché a ben guardare l’omicidio è la prima causa di morte delle donne nel resto d’Europa e nel mondo. Non sono quindi gli incidenti stradali, non sono le malattie come i tumori, o l’AIDS, a sterminare le donne. Non è la fame, ma l’omicidio.

Non ha senso. Forse non ha senso protestare: ha senso educare rispetto della reciproca dignità: masculi cu masculi, fimmini cu fimmini, fimmini cu masculi e masculi cu fimmini…

Come non ha senso per un uomo, sia esso papa o re, esercitare il potere in nome di Dio, pretendendo obbedienza e sottomissione.

E’ una festa relativamente recente.

Fu istituita da papa Pio XI nel 1925.

Come sapete, per le vicende storiche del nostro paese, la chiesa, nel 1870 era stata privata dei suoi possedimenti. Lo stato italiano aveva invaso lo stato pontificio, lo stato della chiesa, lo stato del papa, che era un vero e proprio stato e comprendeva quello che oggi è l’Italia centrale: Lazio, Toscana, Emilia, Umbria, Marche…

Il papa Pio IX, quando fu occupato lo Stato della chiesa si dichiarò “prigioniero” del governo italiano.

Del resto era logico: Se Cristo è re, anche il suo vicario il papa, aveva tutti i diritti di essere re, sul serio, nel vero senso della parola.

Poi, tanto per ricordare un po’ di storia, le acque si calmarono, ma il papa non rinunziò a rivendicare i suoi diritti.

Nasce così questa festa nel 1925.

Come a dire: Il papa sarà pure prigioniero, ma come vicario di Cristo, che è re, ha il diritto di essere re anche lui, ed è solo a queste condizioni che il cristianesimo può regnare nel mondo che deve accettare il messaggio del vangelo.

Poi, quattro anni dopo, nel 1929, le cose si aggiustarono, il governo italiano, con a capo Mussolini, riconobbe lo stato del papa che però fu ristretto alla sola città del Vaticano, così come è adesso.

Perché vi dico tutto questo?

Per tentare di dimostravi che la premessa il fatto che Cristo sia re, è sbagliata, e che la festa di Cristo Re, in questo senso andrebbe abolita!

E ciò in parte è avvenuto!

Ma andiamo al vangelo che abbiamo letto.

Cerchiamo di capirlo, bene!

Cristo è in tribunale, davanti al governatore romano.

L’accusa è precisa: vuole diventare re.

Chiunque vuole farsi re è un cospiratore, un sovversivo. Va contro Cesare, contro l’imperatore. E’ degno di morte.

E’ un’accusa non del tutto infondata.

In tanti lo avevano sentito parlare del “Regno di Dio”, di cui il Messia, un “re” appunto, sarebbe stato il capo.

Davanti alla domanda di Pilato, Cristo cerca di precisare, partendo proprio da quel regno, di cui Lui sarebbe il re.

“Il mio regno non è di questo mondo”.

Non viene da questo mondo, non ha bisogno delle strutture dei regni di questo mondo, non vuole potere in questo mondo!

E’ il regno di Dio.

Un regno in cui regna, appunto, la pace e la giustizia, l’amore e la solidarietà.

Il mio regno è ciò che voi desiderate per voi e per i vostri figli, e che io vorrei aiutarvi a costruire, se me ne deste la opportunità.

Il mio regno non funziona secondo le regole dell’impero romano, caro Pilato…

“Va bene”, risponde Pilato.

Pragmatico come un romano e sbrigativo come un soldato, non sembra avere molta intenzione di impelagarsi in discussioni filosofiche…

Questo regno sarà come dici tu, ma sempre regno è. L’accusa resta valida.

Dunque, venendo al sodo, devo trovare qualcosa per condannarti… tu sei re”?

Non hai capito niente, deve aver pensato Cristo, che, fra poco, davanti al suo giudice, non pronunzierà più una parola.

Non hai capito niente.

“Tu lo dici: io sono re”.

E’ la frase centrale del vangelo di oggi, su cui è stata istituita questa festa.

Tu lo dici (due punti): “io sono re”!

Ebbene, questa frase, così tradotta è sbagliata!

Questa frase è sbagliata!

Andate a leggervi il testo originale.

Non è: Tu lo dici: due punti :io sono re!

Ma: Tu dici che io sono re!

Come quando uno mi dice: Tu sei un cretino!

Ed io con calma gli rispondo: “Lo dici tu che io sono un cretino!”

Non lo sto dicendo io!

E tu lo dici sequendo la tua mentalità, il tuo modo di pensare.

Lo dici affibbiandomi un regno e un potere che è del tutto diverso dal mio regno e dal mio potere.

Il mio potere non consiste nell’ essere servito, ma nel servire, (Pilato strabuzza gli occhi) e quando la folla, che ora mi vuole morto, dopo la moltiplicazione dei pani voleva mi vopleva, sono scappato, sono fuggito!

Come a dire (ma Pilato non poteva capire):

“I potenti di questo mondo dominano le nazioni, sottomettono i loro popoli, su di essi esercitano il loro potere”.

Ma nel mio regno non è così, perché, nel mio regno, il re, il primo di tutti, è colui che è il servo di tutti.

Come a dire:

“Voi mi chiamate Maestro e signore, e fate bene. E adesso sedetevi, e datemi quel grembiule perché devo lavarvi i piedi.

Come a dire:

Pilato, se chiamami re, fai pure; ma devi prima svuotare completamente il contenuto di questa parola e sostituirla con un contenuto completamente diverso.

Il mio è il regno della solidarietà dell’amore e del servizio, il re in questo regno è colui che ama di più, e colui che serve di più, colui che si piega, colui che ti lava i piedi, colui che muore per te… non colui davanti al quale tutti si inginocchiano per bacianre la sacra pantofola.

Io non sono venuto per fare il re, sono venuto a testimoniare la verità.

La verità del Regno di Dio.

E’ solo chi è dalla parte di questa verità, cioè chi è dentro questo regno, può capire la mia voce e le mie parole.

Tu, Pilato, sei fuori. Magari non per colpa tua. Ma sei di un altro pianeta…

IO sono venuto a testimoniare la verità.

“Che cosa è la verità?” continua Pilato.

Può sembrare una domanda intelligente, una domanda interessata, un’ansia di ricerca.

Ma può anche essere posta (il tono non lo conosciamo) con una vena di scetticismo e di disinganno: “la verità!? Valla a trovare sta’ verità!

In ogni caso Cristo non risponde, e non risponderà più.

Perché?

Forse perché aveva già risposto.

Forse perché Pilato non avrebbe mai capito.

Se si facessero i referendum nella chiesa io ne proporrei uno per abolire questa festa.

E per istituirne un’altra: non la regalità ma la servitù di Cristo, di Cristo che ci ha insegnato ad amarci e a servirci reciprocamente.

Ma non ce ne è bisogno. C’è già! E’ il natale che celebreremo fra qualche settimana: nella speranza di non distrarci, almeno noi cristiani, davanti alle superficialità del Natale, ma di scoprire un Dio che si è messo al nostro servizio, per insegnarci a volerci bene.

Ed ora battezziamo questi bambini!

Omelie

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